EXPOSITION FRANCOIS MORELLET- PITTURE 1949 - RACHEL MORELLET- RESTAURO 2005
Du 15 decembre 2005 au 15 fevrier 2006
Texte ecrit par Daniel Soutif et publié sur le catalogue de l'exposition.
Il y a chez Francois Morellet
une qualité qui le distingue de la plupart des artistes
(à moins qu elle ne soit en fait présente que chez les
meilleurs).
Cette qualité est le détachement ou, plus exactement, le détachement de soi.
L'art, pour Morellet, n'a
guère à voir, rien peut-etre, avec l'expression et, en
particulier, avec sa forme la plus banale, l'expression nombrilique de
soi.
L'ideal, pour lui, serait en somme un art qui se ferait tout seul et qu'il n aurait qu'a regarder.
Comme on sait, il a donc
passé sa vie, caché derriere ses systemes, a mettre au
point des règles susceptibles d'engendrer des oeuvres
paradoxalement
originales, puisqu'aux antipodes de ce qu'on appelle habituellement originalité.
Grace, aujourd hui, à
Rachel, qu'il appelle sa grande petite-fille, restauratrice
méticuleuse, voilà qu'il peut ajouter un nouveau
paragraphe à la longue
histoire de ses détachements. Le nouveau regard distancié
dont il s'agit porte cette fois sur un jeune artiste oublié ou,
comme il dit, un jeune peintre
amateur modeste de la premiere moitié du siecle
dernier auquel il ne s'identifie plus vraiment. Cinq toiles
de jeunesse de Morellet viennent en effet
d'etre restaurées par Rachel.
Morellet dit qu'il
regretterait que ces essais trouvent un accueil favorable et qui ne
manquerait pas de valoir comme condamnation de la direction qu'il
a prise par la suite. Pour tous les autres regardeurs, qui, bien
entendu, n'ont pas à se détacher de Morellet, mais que
passionne au contraire le moindre
de ses essais, rien ne sera en revanche plus facile que d'accueillir
favorablement ces travaux, certes peu systématiques, mais
néanmoins bien plus que
prometteurs. Morellet, certes, ne s'était pas encore
trouvé, comme dit l'expression recue (qui, dans son cas, est
bien inadéquate puisque, la trouvaille
consisterait plutot à s'abandonner soi-meme), mais, de toute
évidence, bonne main, bon oeil, il savait déjà
trouver bien des choses en peinture.
MOSTRA FRANCOIS MORELLET- PITTURE 1949 - RACHEL MORELLET- RESTAURO 2005
Testo scritto da Daniel Soutif e pubblicato sul catalogo della mostra.
Dobbiamo riconoscere a
Francois Morellet una qualita che lo distingue dagli altri
artisti (a meno che essa non sia una caratteristica tipica degli
migliori).
Tale qualità è il distacco e precisamente quello da se
stesso. Per Morellet l'arte ha poco o nulla da spartire con
l'espressione ed in particolare, con la sua
forma piu banale: l'espressione nombrilique cioè
autocontemplativa . Per lui, infatti, l'ideale è quello, o
dovrebbe esserlo, di un arte che si crea da sola,
a cui basta il solo sguardo.
E noto che Morellet ha passato
la propria vita nascosto dietro a dei sistemi, nel costante tentativo
di perfezionare regole che potessero generare opere paradossalmente
originali, nel momento in cui tale opere si collocano agli antipodi di
ciò che viene abitualmente chiamato originalita.
Oggi, grazie a Rachel,
restauratrice meticolosa, da lui soprannominata grande petite-fille ,
ecco aggiunto un altro capitolo alla gia lunga storia del suo
distacco.
Questo sguardo nuovo e distanziato, di cui parliamo, si focalizza su un
giovane artista dimenticato, o meglio come afferma lo stesso Morellet
un giovane
modesto artista della prima meta dell ultimo secolo con il quale egli
non si identifica piu. Cinque tele infatti, della gioventù di
Morellet sono state
recentemente restaurate da Rachel.
A Morellet dispiacerebbe che
questi lavori fossero accolti con favore, poiche cio comporterebbe la
condanna della direzione presa in seguito.
Gli altri spettatori, quali
chiaramente non si possono staccare da Morellet, rimarranno sicuramente
affascinati anche dal minore dei suoi essais. In compenso
niente sarà piu facile che accogliere queste opere in modo
favorevole: opere certamente poco sistematiche ma non per questo meno
promettenti.
Da tali lavori emerge che Morellet, come si suol dire, non si era
ancora trovato; anche se, non dimentichiamo, il suo trovarsi e
piuttosto un abbandonarsi.
Ne emerge pero, che grazie al suo talento egli gia sapeva molto per ciò che riguarda la pittura.
Daniel Soutif
MAXINE CHRISTENSEN - Cio che rende prezioso il cuore.
Dal 30 giugno al 30 agosto 2006
Maxine
Christensen nasce a Bryan College Station, piccola citta nel Texas,
Stati Uniti. Crescendo in una famiglia di scrittori ed insegnanti la
sua vita
diventa presto un viaggio a traverso il mondo. In questo modo conosce
vari paesi e le sue lingue. Diventa una bambina nomade che comincia a
disegnare per crearsi amici ed il proprio mondo sulla carta.
Da adulta si iscrive alla
scuola di Belle Arti di Avignone dove ottiene il diploma DNSEP con lode
nel 2001. Durante quei anni realizza l'opera intitolata
Dessinema, un cortometraggio basato su un processo che unisce le
tecniche della video a quelle dell informatica. In quel modo riesce
contemporaneamente
a disegnare e a raccontare la storia della sua vita.
La generosita del gesto, l
umorismo e il mondo dei disegni fragili di Maxine hanno successo
presso un pubblico cinofilo piu e meno giovane.
Nel 2003 espone a Mulhouse e
partecipa alla Nuit des Arts de la Video a Strasburgo / Francia. Al
Centre d Art Le Crestet nel Vaucluse/ Provenza partecipa
ad una residence artistique e nella citta di Nantes all English French
Festival. Maxine si presenta con alcune mostre personali, in
particolare negli Stati-Uniti,
nelle città di New Orleans presso la Greene Gallery e il Art Center of Cincinatti nel Ohio.
Da quando le nasce un bambino
comincia l avventura del disegnare insieme a lui e realizza una serie
di ritratti di donne con inchiostri e collage. Oggi,
con una certa generosita, vi invita a scoprire le cose che rendono il
suo cuore prezioso, l altare che celebra il cuore e l amore che esso
contiene. Un dolce
omaggio al proprio padre, malato di cuore.
L esposizione che si svolge a
Vinci nella casa del padre di Leonardo vi parla del mio padre, del suo
e del vostro. Spero che creando dei riti in questo
luogo possa aureolarlo di preziosita.
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. L artista ha le sue ragioni che la ragione non conosce.
Cosa rende il mio cuore
così prezioso? Chi sta nel mio cuore seduto come un re su un
trono rosso e morbido? Sdraiati qui, il posto e occupato ma
faremo spazio. Mi trovo qui di fronte a te, il mio cuore e grande perche oggi mi sento piena di un amore irragionevole per te.
Padre da Vinci, come mai il
tuo cuore e cosi invaso dai rovi? Dovrei cogliere le rose affinche tu
le veda? Disegni e piccole cose, questa mostra ti
insegnera ad amarmi.
Maxine Christensen
RAFFAELE DI VAIA - OMNIA VANITAS
A cura di Francesco Funghi
19 dicembre - 17 gennaio 2009
La
personale dell’artista Raffaele Di Vaia
dal titolo “Omnia Vanitas” si svolgerà
all’interno dello Studio Chimera, spazio attivo dal 2005 che ospita lo studio
ed il laboratorio dell’artista e restauratrice francese Rachelle Morellet e del
liutaio Till Riecke, dove, occasionalmente, si invitano ad esporre artisti
italiani ed
internazionali. Per questa occasione saranno presentati tre nuovi
lavori dell’artista; si tratta di tre video realizzati nell’ultima fase della
sua produzione.
Attraverso la videocamera che si fa medium artistico duttile e
rielaborabile, l’artista evidenzia anche formalmente il rapporto sempre più
stretto che si è instaurato
nel corso del tempo tra il suo lavoro ed altre
discipline artistiche, in particolare il cinema e la musica classica, che vanno
ad integrarlo fino a divenire talvolta parti
fondamentali dell’opera stessa.
Nel
video intitolato “Vello” la
molteplicità di vermi che si sovrappongono in un lento movimento ipnotico si
fa, col passare del tempo, un organismo unico; la
sensazione iniziale di calore
ed accoglienza lascia spazio a un climax di metamorfosi e claustrofobia. Le
immagini che poi diventano un corpo unico, sono intraviste
in un’atmosfera
soffusa, attraverso una fessura angusta che si fa emblema dell’organo genitale
femminile generatore di vita, ma al contempo diviene con
lo scorrere delle
immagini, qualcosa d’altro, un meccanismo asfissiante che da fecondo risulta
essere strangolatore, dove il colore rosso e la canzone Tony Bennett,
citazioni dal film Blue Velvet di David Lynch, rappresentano
questa carnalità portata all’esasperazione. Accenti vitali e atmosfere
mortifere si compenetrano e si
alternano in una rappresentazione estremamente
naturale ma altrettanto oscena, con accenti ferini. Il tutto privo però di
qualsivoglia metro di giudizio morale.
Allo
stesso modo in “Venere”, una lenta
carrellata accompagnata dalle note di un’aria de La Norma di Bellini, conduce i
nostri sguardi verso uno specchio dove
si intravede il riflesso di una figura
demoniaca. Il tutto anche qui è giocato sull’ambiguità e l’ambivalenza di
significato che può essere attribuito al concetto
di Venere. Dea dell’amore,
stella del mattino Lucifera e portatrice di luce, oppure Lucifero inteso come
Maligno, cacciato da Dio al centro della terra e visibile in
penombra proprio
in quello specchio in dissolvenza.
Infine
in “Faustine” questa doppia accezione
di significato che ogni cosa possiede, è espressa proprio formalmente dalla
ripetitiva sovrapposizione di una stessa
sequenza di gesti; le protagoniste del
video entrano in scena, ballano e sorridono, attimo dopo attimo, lasciando scie
sottili della loro presenza che è stata e
anticipando quello che sarà di nuovo.
La poeticità del balletto sulle note di Schubert è però frenata da una forte
sensazione di straniamento e di vertigine che col
passare dl tempo queste
immagini vorticose producono nell’osservatore.
Certo
è che non c’è nessuna volontà da parte dell’artista di creare un metro di
giudizio morale tra le varie alternative che le immagini dei video propongono.
Non
c’è bene o male; una madre potrà essere anche femmina fatale così come la luce
convive con la tenebra e ad essa si alterna. L’artista mira solo
a riportare
come un narratore estraneo ai fatti; terzi ripercorreranno le trame di questi
fili di storie e saranno loro ad elaborarli secondo la propria soggettività.
Francesco Funghi